Ph. Giulia Lenzi
Debutto: Ex-Caserma Gavoglio, Genova, 4 Giugno
Non si dovrebbe mai dare un “noi” per scontato quando si tratta di guardare il dolore degli altri.
Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri
I Persiani, la tragedia più antica che ci sia arrivata, trae spunto dalle cronache del tempo in cui Eschilo scrive – e in qualche modo dalla sua biografia. Nella reggia di Susa, la regina Atossa viene a sapere della sconfitta del suo esercito riportata a Salamina, in un crescendo drammatico che vede l’apparizione dell’ombra di Dario, il re defunto, e culmina con l’arrivo di Serse, il sovrano sconfitto.
Affrontare I Persiani oggi, e forse sempre, significa toccare un nervo scoperto. I conflitti bellici sembrano una maledizione che perseguita l’Occidente, dall’antichità ad oggi, costringendolo a tornare sui suoi passi e a compiere ciclicamente la tragedia. Un testo come quello di Eschilo può servire allora al pubblico di oggi, non come un triste balsamo che lo porti a rassegnarsi all’inevitabilità della guerra, ma come uno specchio che lo porti a interrogarsi sul significato profondo della notizia che non riesce mai ad uscire dalla cronaca. Lo spettacolo nasce anche nel quadro delle celebrazioni per la cinquantesima stagione del Teatro della Tosse, che nel 1998 lo portò in scena nella fabbrica della Fiumara, facendo incontrare già allora il testo di Eschilo con la realtà della città.
Quello che mi interessa è andare all’essenza della tragedia, muovendo questi attori in uno spazio che sposta in modo progressivo la reggia di Susa verso le tombe dei suoi concittadini facendo affacciare la realtà del campo di battaglia nella vita quotidiana. D’altro canto, la tragedia vede il suo snodo più incredibile proprio nella comparsa dell’ombra di Dario; un fantasma che sembra suggerire la prossimità tra gli spazi del potere e i cimiteri.
È proprio attraverso questa figura che voglio far entrare lo spettatore nella tragedia: facendo interpretare allo stesso attore, Pietro Giannini, la figura del padre morto e del figlio Serse, mi interessa porre l’accento sul legame di sangue che rende il conflitto una questione identitaria. Così come la presenza di tre generazioni di attori, legati da un comune percorso all’interno della scena genovese, pone inevitabilmente l’accento sulla tradizione, e dunque sulla trasmissione. Mi commuove pensare di portare in scena insieme Enrico Campanati, che ho ammirato per tanti anni sui palchi al chiuso e all’aperto, e Pietro Giannini, che lo ha avuto come primo insegnante prima di diventare uno dei giovani attori più importanti del panorama nazionale – ed è emozionante per me entrare con questo spettacolo nelle celebrazioni per il cinquantenario della Tosse, teatro che dal 2019 è diventato casa e della cui storia sono grato di essere parte. Allo stesso modo mi tormenta pensare ai conflitti bellici come a un comportamento appreso in famiglia, come qualcosa che si trasferisce per linea genetica: come gli occhi azzurri, le fossette intorno alle guance o un certo modo di parlare.
La guerra come un male ereditario, che tormenta l’Occidente. Un demone che il testo di Eschilo ci aiuta a guardare negli occhi. Con coraggio.
Giovanni Ortoleva
di Eschilo
traduzione di Giorgio Ieranò
drammaturgia e regia di Giovanni Ortoleva
con Enrico Campanati, Pietro Giannini, Valentina Picello e Marco Santi
costumi di Daniela De Blasio
luci di Marco Santi
produzione Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse
PRESS
“È uno spettacolo teso e duro ma con tante attrattive emotive […] La rappresentazione è solo parole e azioni febbrili secondo una idea rigorosa, severa di teatro. […] Pietro Giannini, il corpo seminudo, bravissimo, è insieme il soldato, Serse e lo spettro di Dario, la sua voce è calma, tanto quanto è vibrante e risonante il dolore della madre Atossa, bella, semplice, commovente nell’immagine di Valentina Picello”
Anna Bandettini, La Repubblica
“Ortoleva non indulge in attualizzazioni didascaliche, ma si affida a un adattamento asciutto lasciando allo spettatore il gusto di costruire da sè i collegamenti con il presente. I punti di forza sono il sobrio ma suggestivo impianto scenico […] e soprattutto un notevole gruppo di interpreti”
Maddalena Giovannelli, Il Sole 24 Ore
“Questa edizione de I persiani – dopo quella creata nelle campate d’una vecchia fabbrica nel 1998 – si distingue per sintesi, semplicità e rigore. [… Il lamento di Valentina Picello] è il culmine interpretativo, la reazione alla verità, la sequenza di un girotondo rituale e nevrotico; catarsi patologica sfogata stupendamente nel tormento d’un vocalizzo irrazionale lancinante.”
Gianni Poli, Drammaturgia.net
“…ci si commuove fino alle lacrime davanti alla ricerca di quegli abiti da parte di Valentina Picello, fascio di dolore materno. […] I Persiani confermano – se ancora ce ne fosse bisogno – come Ortoleva sia una delle menti registiche e autoriali più interessanti e intelligenti del nostro teatro.”
Nicola Arrigoni, Sipario
“…dolentemente seduto immobile su una panchetta di legno, si pone Enrico Campanati a recitare mirabilmente i versi del coro. […] Siamo davanti a una scena di teatro assoluto.”
Sandro Avanzo, Cultweek
“Campanati conferisce al Coro una densità umana e una misura espressiva che trasformano ogni parola in memoria condivisa. Valentina Picello restituisce alla regina Atossa, moglie di Dario e madre di Serse, una complessità che evita ogni monumentalità astratta, rendendo palpabile il progressivo sgretolarsi delle certezze del potere. Pietro Giannini affronta la doppia incarnazione di Dario e Serse con un lavoro di forte intensità, facendo emergere le continuità profonde tra le due figure senza cancellarne le differenze. Attorno a loro, Marco Santi contribuisce a costruire una partitura scenica essenziale e rigorosa.”
Davide Sannia, Krapp’s Last Post
“Ortoleva ci restituisce una riflessione lucida, attuale ancora oggi, del conflitto dal punto di vista degli sconfitti e degli oppressi. ”
Letizia Chiarlone, Teatro e Critica
“Nelle mani di Ortoleva, il dramma di Eschilo diventa un folgorante monito a quanto possa esserci di intimo e profondamente personale nel conflitto bellico […] I Persiani diventa così un autentico dramma familiare, oggettificato dallo scheletro di uno spettrale letto”
Nicolò Villani, Birdmen
“I Persiani arrivano a noi come una delle lezioni più poetiche e toccanti che il teatro ci abbia trasmesso sulla vanità della guerra e sulla rovina insita nelle sue dinamiche ricorrenti attraverso i secoli. A Ortoleva va il merito di non aver percorso la via della facile retorica, dell’ovvio richiamo alla contingenza. Con solo tre voci e presenze attoriali potenti ha saputo creare pathos e autentica commozione.”
Caterina Barone, Rumorscena







